GIANNI DE TORA

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1976 Galleria Domenicani, Bolzano 1-10 marzo

 
 
ARTICOLO DI CARLO GALASSO SU "ALTO ADIGE" DEL 9.3.1976

La "Domenicani" accoglie, invece, le opere di un eccellente vessillifero dell'arte contemporanea, GIANNI DE TORA, un pittore napoletano che si esprime limpidamente attraverso un modulo di notevole efficacia, con cui realizza un personale geometrismo astratto ricco di belle composizioni e di graduali sviluppi cromatici portatori di straordinari effetti ottici. Un vero artista, nella sua particolare razionalità costruttivistica.

 
ARTICOLO DI G. QUARTA SU ARTE E SOCIETA' DI APRILE 1976

BOLZANO

Gianni De Tora con una personale alla galleria di Piazza Domenicani (p. Domenicani 18), è presentato in catalogo da Luciano Marziano. E' interessante notare come questo giovane artista napoletano (operando in un ambiente che non è certo stimolante) stia riuscendo, via via, a sviluppare la sua ricerca che lo porta a sottrarsi alla staticità del geometrismo classico per acquisirne l'aspetto problematico. Alla base dell'operazione c'è sempre il progetto, ovviamente (e come si potrebbe operare senza progetti), ma poi, passando alla fase di realizzazione. acquista largo spazio il dìnamismo sia del segno che dell'immaginazione. Questa ultima però non ha niente di irrazionale o, quanto meno, non è emotiva, il che colloca l'artista in quella posizione di riscossa. nella quale oggi si riconoscono parecchi artisti (e non solo artisti) della dimenticata e bistrattata Napoli.

 
pubblicità sulla rivista Arte e Società del 1976 per mostra personale a Bolzano
 
 
ARTICOLO DI MARIO DALL'AGLIO SU L'ADIGE DEL 16.3.1976

Gianni De Tora alla Domenicani

Gli elementi formali - «oblò» circolari ed altre strutture geometriche entro contesti quadrati - caratterizzanti l'attuale operazione estetica di Gianni De Tora, hanno una loro ben precisa origine vitale che, sia pure per diversi aspetti, si aggancia alla sua precedente evoluzione «iconografica», cioè a quella che lo vedeva esprimere avvenimenti e racconti oggi da lui ritenuti peraltro superati. Questo dato, che potrebbe non essere compreso, o ammesso, da chi pretende dall'artista una continua intellegibilità anche al fine del «riconoscibile» ad ogni costo ed in ogni periodo, fa del- l'artista napoletano un operatore coerente e progressivamente impegnato pure sul piano di un discorso di estremo rigore stilistico. I tempi sono cambiati, quindi non è possibile pretendere che l'artista si attesti solo sul fronte degli avvenimenti politici o sociali per registrarli, quindi per storicizzarli. Precorrerli, invece, nel senso di una visione futuribile è la giusta collocazione dell'operatore estetico d'oggi. Per queste e per altre ragioni, De Tora, si colloca con la sua odierna realizzazione nel punto focale di, una situazione obbligata. Certo la geometria applicata all'arte non è una scoperta dei nostri giorni; essa, infatti, è stata sentita dagli antichi danubiani per fini decorativi; dagli egizi, dai greci e dagli altri popoli della antichità, in architettura e in pittura, forti come erano persino nella conoscenza e nell'applicazione delle auree «proporzioni». La sfera iscrivibile nel cubo (o nel cilindro, vedi il Pantheon), era sentita dagli stessi romani. Ma in che cosa consiste sostanzialmente l'interpretazione dell'elemento geometrico del De Tora rispettol'antica concezione ornamentale o costruttivistica? Che la geometria del nostro artista, a differenza di quella, diventa - più che un pretesto - un elemento sintattico; una sorta di esposizione lessicale, in cui le «sequenze» modulari assurgono a ruolo di racconto. La componente filologica del suo attuale linguaggio formale viene quindi a sostituirsi alla parola scritta, per diventare, in definitiva, un' espressione visiva di immagini comunque universali, che con la vita dell'uomo coesistono in sorprendente simbiosi.

 
FOTO DI REPERTORIO
 
 
TESTO DI LUCIANO MARZIANO NEL CATALOGO PIEGHEVOLE DELLA MOSTRA

Inserito nella tradizione del nuovo dell'arte moderna, Gianni De Tora anatomizza i coefficienti compositivi e li ripropone a livello di indagine e di espressività. Di qui l'ambiguità, del tutto positiva, di un'opera che, per la presenza della dimensione processuale, si determina come operazione. Del geometrismo classico, De Tora elude la staticità ordinatoria, il razionalismo consacratorio, per acquisire l'aspetto problematico, di continua verifica da condurre sul campo operativo. Questo non vuol dire che il quadro transiti nella dimensione oggettuale in quanto preminente è il versante della proposta, del progetto. L'artista manda avanti questa operazione con gli elementi basilari dell'ordine geometrico (la sfera, il cerchio, il quadrato, il triangolo) tutti tesi al dinamismo delle varianti e delle mutazioni acquisite per coordinazione logica dalle premesse esposte. Ora, la specificità del lavoro consiste nel fatto che tal modo di procedere logico spesso sfiora, fin certe volte ad approdarvi, il mondo dell'immagine, del referenziale naturale. Non a caso i titoli delle opere rimandano ad eventi di una realtà visibile. Pervenuto a quel livello, le incidenze ottiche, la trama dei rapporti strutturali che sostengono l'opera rifluiscono verso leggi più generali e astratte che includono una verifica delle categorie dello spazio e del tempo. Le sequenze, le variazioni, il calcolo geometrico, le profondità ottenute non per interventi sensibilistici, ma per stesura di colore in modulazioni minimals o primarie, si ricompongono in una scansione ritmica, in un discorso visivo che, seppure affidato ad episodi cellulari gravitanti attorno ad un nucleo centrale, evidenziano il sottostante progetto di orizzontalità. L'aggregarsi e lo svanire dei colori primari che transitano nella gamma dei complementari, le riduzioni o estensioni dei campi visivi coinvolgono dentro una struttura aperta ma non per questo di segno arbitrario. In proposito è opportuno sottolineare che se in tale struttura si inserisce una sorta di inquietudine surreale, la scomposizione dioramica, la sinusoide di un festone, ciò non è casuale, ma conseguenza delle premesse da assorbire fino in fondo. E con questo viene confermato come in un'operazione artistica non può mai darsi la separazione dello schema strutturale e della vitalità desunta dalla realtà oggettivamente data.

 
FOTO DI REPERTORIO
 
 
 
 
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